BASTA UN POCO DI TAX E LO ZUCCHERO NON C'E' PIU'




“Coca-cola e sai cosa bevi” cantava sarcasticamente Vasco agli inizi degli anni ’80. 
A sua volta il verso era citazione modificata di una campagna per la promozione del consumo di birra in Italia. 

Ma oggi, nel 2019, non abbiamo più davvero scuse per non avere consapevolezza di cosa beviamo.


Tra le nuove misure della Legge di Bilancio 2020 fa capolino, a braccetto con la plastic tax, la così definita sugar tax. 
A noi italiani, i termini inglesi ci paiono forse più credibili, eppure questa tassa sullo zucchero una credibilità, ed anzi un valore scientifico, lo possiede al di là del nome che le vogliamo dare. 
Già diversi anni fa, come del resto anche nell'ultima edizione 2018, il W.C.R.F. (Fondo Mondiale per la Ricerca sul Cancro), alla posizione numero 3 delle dieci raccomandazioni per la prevenzione delle patologie tumorali indicava: 

“Limitare il consumo di alimenti ad alta densità calorica ed evitare il consumo di bevande zuccherate”. 

Specifica inoltre “l’uso di bevande gassate e zuccherate è da evitare, perché forniscono abbondanti calorie senza aumentare il senso di sazietà”. 
Negli ultimi anni anche l’OMS ha più volte ribadito l’importanza di ridurre la quota di zuccheri semplici nella dieta; nelle le ultime linee guida compare per esempio il suggerimento di non somministrare ai bambini al di sotto dei due anni prodotti zuccherati come strategia efficace nella prevenzione dell’obesità infantile. 
La riduzione/eliminazione delle così dette calorie vuote e dei cibi ad elevato indice glicemico sono oggi indicazioni universalmente condivise dagli esperti in ambito nutrizionale, al di là dello specifico regime dietetico consigliato. 
Elevati valori ematici di zuccheri, infatti, non aumentano solo il rischio di contrarre alcune patologie oncologiche, ma sono correlati alle malattie cardiovascolari, diabete ed obesità. 
Purtroppo il nostro Bel paese detiene un triste primato soprattutto in termini di obesità infantile: gli ultimi dati della Childhood Obesity Surveillance initiative dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) mostrano infatti che in Italia circa un ragazzo su cinque sia obeso. 
Sebbene l‘osservatorio ministeriale “OKkio alla SALUTE” abbia evidenziato un progressivo calo, negli ultimi anni, dell’obesità infantile in Italia (tra il 12 e il 22% a seconda che ci si riferisca all'obesità vera e propria o al sovrappeso), il problema non può dirsi certamente risolto.

Ma torniamo alla nostra tassa zuccherina, il testo, ancora suscettibile di modifiche, attualmente prevede: “una imposta sui prodotti finiti e i prodotti predisposti per essere utilizzati come tali previa diluizione, rientranti nelle voci NC2009 e 2202 della nomenclatura combinata dell’Ue, condizionati per la vendita, destinati al consumo alimentare umano, ottenuti con l’aggiunta di edulcoranti e aventi un titolo alcolometrico inferiore o uguale a 1,2 per cento in volume”. 
Per NC2009 si intendono essenzialmente succhi di frutta e aranciate, nella voce NC2202 rientrano invece birra analcolica, le acque minerali e gasate con aggiunta di zucchero o altri dolcificanti
Nel provvedimento si prevede che l’imposta di queste bevande sia “fissata nelle misure di euro 10,00 per ettolitro, per i prodotti finiti; di euro 0,25 per chilogrammo, per i prodotti predisposti ad essere utilizzati previa diluizione”, stimando un introito per le casse dello Stato di circa 233 milioni di euro per il 2020 e 262 nel 2021.
Ma attenzione “sono esenti dall’imposta le bevande edulcorate il cui contenuto complessivo di edulcoranti sia inferiore o uguale, rispettivamente, a 25 grammi per litro” per i prodotti finiti e “a 125 grammi per chilogrammo, per i prodotti” predisposti ad essere utilizzati previa diluizione. 

Per avere un’idea 25 grammi di zucchero, a seconda del grado di raffinazione, equivalgono a circa 2-3 cucchiai da minestra colmi, insomma non proprio una dose irrisoria!

L’Italia non è la prima nazione a pensare di tassare lo zucchero: il paese apripista in Europa fu la Norvegia nel lontano 1922: introdusse una tassazione sulle bevande zuccherate, che viene aggiornata nel tempo, il cui valore attuale è di 0.49 euro-litro. 
Più recentemente, nel 2011, l’Ungheria ha stabilito una tassa per alimenti e bevande che contengano più dello 0,5% di zucchero. 
L’anno successivo la Francia di Sarkozy ha stabilito un’imposta di 2,5 centesimi di euro per lattina di drink contenenti zucchero o dolcificanti. 
Nell’aprile 2018 nel Regno Unito è entrata in vigore la Soft drinks industry levy, un’imposta sulle bevande zuccherate, escluse quelle a base di latte. 
Gli effetti sembrano essere stati significativi, secondo un articolo de “Il Fatto Alimentare” tale provvedimento, oltre a ridurre gli acquisti da parte dei consumatori avrebbe portato le aziende a dimezzare i quantitativi di dolcificanti nei prodotti se confrontati con gli stessi prodotti commercializzati altrove. 
Sempre in Europa anche Finlandia, Danimarca, Belgio e Lettonia hanno adottato normative in tal senso e altrettanti, come il nostro Paese, sono in fase di discussione di proposte di legge. 
Anche nel resto del mondo vi sono nazioni che si sono dimostrate sensibili all’argomento introducendo tassazioni simili: per esempio il Messico e il Cile nel 2014, gli Emitrati Arabi Uniti nel 2017, Filippine e Sudafrica nel 2018. 
La situazione negli USA è tuttora a macchia di leopardo: sono ancora relativamente pochi gli stati che hanno preso dei provvedimenti, nonostante le iniziative educative  riguardo una corretta alimentazione portate avanti dal governo Obama ed in particolare dalla First Lady Michelle.

Nonostante la tendenza in ambito internazionale e le indicazioni precise dell’OMS, il dibattito in Italia circa l’importanza di tale provvedimento resta piuttosto acceso. 

I sostenitori della manovra sono convinti che l’imposta scoraggi l’acquisto di bevande zuccherate, contribuendo in questo modo a combattere l’obesità, in particolare quella infantile, dato il frequente consumo di tali bibite da parte dei più piccoli. 
Inoltre, tale misura dovrebbe conseguentemente spingere le aziende alimentari a differenziare la produzione, proponendo delle alternative healthy, come per esempio accaduto nel Regno Unito. 
E’ difficile prevedere la risposta dei produttori: se prendiamo in considerazione il caso “olio di palma” possiamo effettivamente notare come tale ingrediente sia stato sostituito in molti prodotti in seguito ad una campagna informativa e conseguente alle scelte dei consumatori; che cosa sia stato utilizzato in sua sostituzione porta, invece, ad una riflessione più complessa, che spesso evidenzia come le aziende puntino a non perdere fette di mercato più che alla creazione di prodotti oggettivamente migliori sotto il profilo nutrizionale. 
Dall’altra parte i detrattori della sugar tax, tra cui anche il Codacons, non ravvedono alcun vantaggio per i consumatori, sostenendo che si tratti di “fanta-fisco” (fanta nel senso di fantasia e non della zuccherina bibita arancione!); insomma un sterile misura economica, volta a rimpinguare le tasse dello Stato a scapito soprattutto delle imprese produttrici, che si troverebbero ad affrontare costi maggiori. 
Effettivamente lo Stato in altri settori non si è mai mostrato particolarmente sensibile alla salute dei suoi cittadini, basti pensare alla più o meno velata promozione del gioco d’azzardo! 
Sempre secondo il Codacons tale tassa non includerebbe molti altri prodotti ed ingredienti altrettanto nocivi, così da risultare ininfluente in termini di salute collettiva. 

Se leggiamo con attenzione terza raccomandazione del W.C.R.F., risulta evidente come solo una parte della quota di zuccheri semplici potenzialmente presenti nella dieta venga ad essere ridotta con la tassa zuccherosa.

Seppure inizialmente si era ipotizzato di comprendere nella misura anche le “merendine”, tali prodotti sono stati successivamente esclusi, forse anche in conseguenza di un fomentato moto di scontentezza popolare. 
Insomma molti connazionali avrebbero forse preferito al potere la regina Maria Antonietta, che in un momento di grave carestia del popolo francese sembra avesse dichiarato: «Se non hanno più pane, che mangino brioche!». 
D’altro canto qualcuno potrebbe obiettare che da qualche parte si deve pur iniziare e che le bibite zuccherate sono certo un buon punto di partenza. 
Infine per altri detrattori la tassa colpirebbe maggiormente la popolazione a basso reddito, considerando pertanto tale manovra impopolare. Ma i cittadini più fragili da un punto di vista socio-economico hanno forse meno diritti in termini di salute? 
La mia speranza è che la sugar tax possa stimolare la sete… di conoscenza e promuovere una maggiore consapevolezza alimentare. 
Da piccola ero convinta che solo che leggi scritte da potenti saggi potessero cambiare, dall’alto, il mondo; ora sono del tutto convinta che le vere rivoluzioni partano dal basso. 
Ragionevolmente la realtà è più complessa di qualsiasi idealismo... ed anche un provvedimento legislativo, al di là dei veri scopi per cui è stato proposto, può forse suscitare una riflessione nel singolo, talvolta un cambiamento.  E voi cosa ne pensate?
Articolo di Giulia Somaini, medico esperto in nutrizione

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